Inizio questo post partendo dalla fine. Ventiseiesima edizione della Padova Marathon: 26 volte partito, 26 volte arrivato; quest'anno tempo impiegato: 5h 51' 53”. Lo so, è un tempo alto, ma anche l'età conta ed anche questa si è alzata dalla mia prima partecipazione nel lontano anno giubilare del 2000, anno in cui si disputò la prima edizione di quella che allora si chiamava “Maratona di Sant'Antonio”, con partenza (fino al 2010) da Vedelago. Non mi dilungo oltre nel raccontare la storia di questa maratona che si doveva disputare, in teoria, solo nell'anno del giubileo per poi tornare a “casa”, nel comune di Vedelago. Per la precisione, quindi, se si dovessero contare anche le mia precedenti partecipazioni alla “Maratona di Vedelago”, sarebbero più di trentacinque. Come accennavo all'inizio, tempo alto, anche se questo è dovuto, oltre all'età, anche al caldo afoso che ci ha accompagnati durante tutto il percorso. Nessuna giustificazione, ma solo una precisazione. In relazione al tempo afoso, mi corre l'obbligo di assegnare il mio personale cartellino NERO alla FIDAL. Il motivo è semplice: approvato il regolamento della gara che indicava solo due punti di spugnaggio, per altro “nebulizzati”, che avrebbero dovuto essere posti al chilometro 27,5 e 37,5. Non solo questo è in contrasto con le regole imposte dalla FIDAL, ma poi in realtà questi punti di spugnaggio si sono rivelati inesistenti sul percorso il giorno della gara. La FIDAL, a mio personale giudizio, ha comportamenti strani. Il costo dell'affiliazione per atleta quasi ogni anno aumenta “... per tutelare maggiormente ogni atleta amatore …”. Ma siamo sicuri che questa sia la motivazione? Che tutela ha fornito durante la Maratona di Padova, dove non ha controllato prima di approvare il regolamento il numero corretto degli spugnaggi ed il giorno della gara neppure l'effettiva presenza dei due indicati? Non è questo un caso isolato. La stessa situazione si era verificata alla “Milano Marathon”.
Ad un cartellino nero contrappongo un cartellino BIANCO che assegno agli alpini che hanno curato tutti i punti di ristoro. Un sorriso, un incitamento ed una bottiglietta d'acqua non è stata negata a nessun atleta; beh, questo è quello che fanno nei punti ristoro di tutte le manifestazioni (o quasi, vedasi la mancanza di bicchieri nel penultimo ristoro della maratona di Milano). Ma hanno anche curato con estrema precisione ed accuratezza la pulizia dei cinquecento metri che seguivano il punto ristoro, raccogliendo le bottiglie vuote e mettendole in appositi sacchi; in tal modo al termine della gara la strada era perfettamente pulita e sicura per il passaggio, non solo degli automobilisti, ma soprattutto per i ciclisti. Hanno anche superato con “impegno ed ingegno alpino” il piccolo problema che si era venuto a creare al penultimo ristoro: mancanza d'acqua! Come? Semplice: hanno sopperito alla mancanza d'acqua in bottiglia riempiendo taniche ed offrendola nei bicchieri agli atleti. Ricordo che l'assenza dei bicchieri nei precedenti ristori obbligava a prendere un'intera bottiglietta d'acqua. Questo non era però un problema, in quanto si poteva usare quella non bevuta per una piccola doccia e, vista la mancanza degli spugnaggi, era una cosa saggia da fare. Certo non si poteva fare la stessa cosa con le bottigliette di tè, per cui il percorso era costellato di bottigliette quasi del tutto piene. Si notava inoltre la presenza di molte confezioni, dietro i tavoli, ancora impacchettate (informazione questa che troverà una sua giustificazione alla fine del post).
Infine un cartellino GRIGIO all'organizzazione. Fare presente ciò che non va è da intendere come un bonario richiamo a chi si ama, perché possa migliorarsi. Questo è quello che mi dice sempre Rossana, quando mi fa rilevare alcuni miei errori. Per dovere di informazione, segnalo che, avendo partecipato a tutte le edizioni, NON pago la quota di iscrizione. Quest'anno, a differenza degli altri anni, non vi è stato il consueto punto ristoro alla partenza, che, anche se spartano, offriva ai partecipanti un tè caldo o un bottiglietta d'acqua, servizio particolarmente apprezzato da chi giungeva da lontano, essendo la zona di partenza sprovvista di bar. Quello che più mi ha infastidito è stato il ristoro finale. Ristoro? Beh, diciamo “un bicchiere d'acqua” ed una barretta. Ok, è vero che sono arrivato nelle ultime posizioni, in ogni caso mancavano ancora 40 minuti al tempo massimo. Da sempre credo che siano gli ultimi ad avere maggior bisogno di assistenza a fine gara. Trovare praticamente i tavoli vuoti non è solo una delusione per gli atleti, ma anche un cattivo biglietto da visita per l'organizzazione. Qui un semplice consiglio: oltre alla medaglia, consegnare ad ogni atleta arrivato un sacchettino con il suo personale ristoro. In questa maratona non ho ricevuto il mio personale ristoro, ma avevo la mia personale assistente, che, oltre ad essere fotografa/motivatrice/guida, è stata anche la mia vivandiera: a poche decine di metri dall'arrivo vi era un piccolo supermercato, dove acquistare bevande fresche. Per un rapido lavaggio, oltre alle fontanelle presenti in Prato della Valle, l'organizzazione aveva pure predisposto delle postazioni con più rubinetti, dove attingere acqua potabile.
… alla ventisettesima edizione!
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