lunedì 17 febbraio 2014

Tre rose, due parole, una medaglia

Esattamente una settimana fa, all'ora di pubblicazione di questo post (16.47), veniva chiuso il loculo in cui era stata posta la bara di Giuseppe, maratoneta. Ora tutto è finito, il contatto con il mondo esterno è sbarrato. Una lastra di marmo evidenzia anche visivamente questo fatto.
Anticamente, in alcune popolazioni, era usuale mettere un corredo funebre che rispecchiava ciò che il defunto era in vita. Oggi solo la nuda bara viene posta all'interno del loculo. Ma anche qui ci possono essere delle piccole eccezioni.
La mano pietosa di un amico di Beppe ha preso tre rose e le ha appoggiate sulla bara. L'amico in questione è un dipendente comunale, che lavora al cimitero, ed era solito recarsi in diverse occasioni a pranzo a casa di Beppe. Era ormai uno dei pochi che vedeva regolarmente Beppe. Certo non correva e questo agli occhi del nostro amico era un piccolo difetto, ma era un buon ed attento ascoltatore, per cui sapeva tutto della vita sportiva. Era un modo per far rimanere “il nonno” nel mondo delle corse.

Le due parole sono quelle lette da Simone in chiesa e scritte da Emy. Credevo di conoscere Beppe a fondo, ma queste parole, sono sicuro venute di getto dal cuore, mi hanno fatto scoprire, ancora di più, se possibile, il suo amore per la corsa e verso i piccoli atleti in erba che vedevano in lui un Campione, non tanto perché avesse vinto gare importanti, ma per la sua umiltà e correttezza, con un amore profondo per la regina delle corse: la Maratona.
Ecco quanto scritto da Emy:

L'ultima immagine che ho di te è quella di un maratoneta che si allena nelle corsie dell'ospedale.
Un passo dopo l'altro con la schiena leggermente protesa in avanti, forse verso una linea d'arrivo che solo tu vedevi.
I tuoi occhi non sono mai stati spenti, neanche nella malattia.
La luce che li animava l'hai raccolta in tutti i luoghi del mondo.
Posti che hai scoperto con le tue gambe rimasti nel tuo cuore; ricordi fissati nelle foto che appendevi ad ogni corsa; racconti che facevi rivivere quando incontravi gli amici.
Le persone che hanno corso insieme a te sono diventate la tua famiglia.
Hai insegnato come si possono amare 42km195m e quanto si può voler bene a coloro che faticano insieme a te.
So già che lassù ritroverai un vecchio amico delle lunghe distanze. Continuerete a fare a gara per vedere chi corre più maratone.
Chissà come sarà correre tra le nuvole.
Ogni tanto guarda quaggiù dove noi continuiamo a riempire le strade con il sudore, le lacrime, i sorrisi.
La morte non cancella la vita se nei ricordi di chi resta rimangono i sorrisi.
Ricordo i tuoi alla corsa dei bambini che organizzavamo.
La tua gioia nel premiare quei piccoli campioni.
I miei alunni ti ascoltavano con attenzione capendo che avevano il privilegio di parlare con una persona speciale, di quelle che non si incontrano spesso.
L'ultima immagine di te che voglio tenere nel mio cuore è quella che ti vede sorridente proteso verso quei bimbi per stringere loro la mano. I tuoi occhi accesi dall'amore per la vita.
Ciao Giuseppe, ora ancor di più voglio correre la maratona.
Ho la certezza che sarai lì con me, come con tutti i podisti pronti a correre verso un sogno.”

Ecco che sulla bara, oltre alle rose è stata messa una medaglia. No, no, non una medaglia qualsiasi, ma la mia medaglia, la medaglia dell'ultima edizione della “Maratona sul Brembo”, a cui Beppe aveva partecipato.
Certo, anche lui aveva in qualche cassetto la stessa medaglia di vetro, ma questa è la mia medaglia. Medaglia che era costata fatica e sudore, fatica e sudore che anche Beppe aveva versato per raggiungere il traguardo. Ultimamente in molte maratone ritiravo due medaglie (una per me ed una per lui), che in varie occasioni erano accompagnate da parole. Parole pubbliche, come quelle che Roberto Brighenti gli aveva rivolto al microfono sul traguardo della “Maratona delle Terre Verdiane”; parole private, come quelle che Paolo Manelli mi aveva detto dopo la linea d'arrivo della “Maratona di Reggio Emilia” e che mi aveva incaricato di portare personalmente a Beppe; parole non dette, come quelle che ora porto nel mio cuore e che sono legate alla medaglia di vetro sulla sua bara.
Sono sicuro che avrebbe apprezzato questo pensiero.
Mi piace pensare che Beppe si presenti al cospetto del Grande Giudice con la scintillante medaglia al collo e che questo sia il pretesto per iniziare a raccontare le sue gesta.
Quale migliore ricordo per il suo lungo viaggio? Sono sicuro che il lungo viaggio misuri esattamente 42195 anni luce!



© Foto Fausto Dellapiana 2014

1 commento:

  1. Bravissimo Fausto, questo è sicuramente uno dei tuoi più bei articoli che hai scritto... perchè viene dritto dal fondo del cuore...
    ciao Ro

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